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Nel 1569 Pio V,
nell’ambito della riorganizzazione in senso accentrato dello Stato
Pontificio, istituì la Prefettura della Montagna, destinando come
sede ufficiale, militarmente sicura e architettonicamente atta ad
assolvere funzioni di rappresentanza, la fortezza della Castellina.
Sul piano politico la
Castellina significò la definitiva scomparsa dell’autonomia locale,
svuotò il ruolo dei consoli (che tuttavia sopravvissero fino agli inizi
del XIX sec.) e venne ad essere il simbolo della irreversibile crisi del
governo comunale e del recupero da parte del potere centrale del
controllo politico della periferia.
L’edificio è formato
da un piano terra, da un piano nobile e da alcuni ammezzati. La pianta
è quadrata, con baluardi angolari fortemente scarpati e sghembi alla
base.
L’intero edificio è
fasciato da una forte cordonatura, al di sopra della quale si aprono le
finestre, fino al 1861 munite di robuste inferriate.
Sulla piazza si apre il
portale principale con tre stemmi sovrastanti. Ai lati sono sistemati
due leoni di scuola Beuronense (primi del sec. XX) che fino agli anni
’50 decoravano la cripta di S. Benedetto.
Sul lato ovest si trova
una porta in asse con quella principale che fu aperta a spesa dei
condannati: “Publicae commoditati reorum sumptibus, 1734”.
Gran parte dei materiali
lapidei adoperati nella Castellina provengono da edifici distrutti,
anche antichi.
Entrando dalla porta principale si
trova un atrio selciato su cui si affacciano tre porte.
Le laterali immettono
nelle ex-cancellerie (civile e criminale legate all’amministrazione
della giustizia esercitata direttamente dal Prefetto o tramite
Luogotenenti), mentre
quella centrale porta nel cortile.
Quest’ultimo è chiuso
in uno slanciato quadriportico di dodici archi che sorregge il ballatoio
coperto da tettoia.
Sotto le volte a
crociera si aprono le porte cinquecentesche (con stemmi di prefetti
affrescati sulla volta e sopra le traverse) della sala di udienza della
cancelleria, delle carceri, delle scuderie, degli alloggi della
guarnigione e della sala di tortura, dalla quale, attraverso un
corridoio sotterraneo già compiuto nel 1562, si usciva dalle mura
cittadine attraverso porta Ferrata. Esso serviva “per andare fuori
della terra, per pigliar dentro o mandar fuori pregioni er per mandar
via la corte o farla venir di notte senza saputa et senza impedimento,
et per altri bisogni de la giustizia et del superiore” (Malvasia).
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